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Perché l'antibiotic-free non è la soluzione

News Section Icon Pubblicato 22/11/2023

Siamo nella settimana che l’Organizzazione mondiale per la sanità dedica all’utilizzo consapevole degli antibiotici (World AMR Awareness Week – WAAW, 18-24 novembre). Un’occasione di fondamentale importanza per fare ancora una volta luce sul sovraconsumo di questi farmaci negli allevamenti italiani e la disinformazione che lo circonda.

In Europa, infatti, l’Italia occupa il terzo posto nella vendita di antibiotici in proporzione alle unità di animali allevati (chiamata “Population Correction Unit” o PCU). Secondo i dati pubblicati proprio questi giorni dall’European Surveillance of Veterinary Antimicrobial Consumption, nel contesto di una generale riduzione della vendita di antibiotici in Europa, il valore italiano resta ancora troppo alto: è sceso da 173,5 mg/PCU nel 2021 a 157,5 mg/PCU nel 2022, quando la media fra i 31 Paesi europei analizzati è di 73,9 mg/PCU e la mediana 45,8 mg/PCU.

primo piano su gruppo di pillole

Questo naturalmente non è un caso, dato che la stragrande maggioranza degli animali in Italia viene allevata in sistemi altamente intensivi, dove, privati di spazio, movimento e stipati a migliaia in condizioni malsane, morirebbero in massa se non fossero somministrati loro antibiotici e farmaci per tenerli in vita fino alla macellazione.  

Questo significa che chi consuma prodotti di origine animale dovrebbe scegliere prodotti “antibiotic-free”? No, e vi speghiamo il perché.

Carne “antibiotic-free”?

Un mito che urge sfatare è quello secondo cui la carne “senza antibiotici” sia più salutare e provenga da allevamenti migliori, o non contenga antibiotici nella carne stessa.

In primo luogo, perché la carne in commercio non dovrebbe in ogni caso contenere residui di antibiotici. Infatti – per legge – la loro somministrazione va interrotta per un determinato periodo prima che l’animale venga macellato. In secondo luogo, perché, a meno che non sia indicato in maniera esplicita sulla confezione, la provenienza è comunque quella di allevamenti intensivi, dove gli animali sono sottoposti a condizioni di estremo stress e, spesso, di pessima igiene.

Un’altra dicitura fuorviante è “senza l’uso di antibiotici negli ultimi quattro mesi”: infatti, di norma gli antibiotici vengono utilizzati soprattutto nei primi mesi di vita degli animali, in particolare nella fase dello svezzamento. Come accade con la colistina, terapia di ultima istanza per i pazienti affetti da gravi patologie  che non possono essere trattate con altri antibiotici, e che viene somministrata ad esempio ai suinetti per trattare la diarrea che sviluppano quando separati troppo presto dalla madre.

scrofa allatta attraverso le sbarre di una gabbia in un allevamento intensivo

Inoltre, non bisogna dimenticare che “allevato senza uso di antibiotici” non significa “allevato senza uso di farmaci”, tutt’altro: in assenza di reali miglioramenti al sistema di allevamento, gli animali vengono in genere sottoposti a un uso massiccio di altri farmaci.

L’antibiotico-resistenza, la “pandemia” silenziosa

Non c’è quindi concreta garanzia che la carne “antibiotic-free” aiuti nella battaglia contro l’antibiotico-resistenza, una “pandemia” silenziosa che entro il 2050 potrebbe arrivare a causare ogni anno la morte di 10 milioni di persone.

Per combattere davvero l’abuso di antibiotici – il cui utilizzo routinario negli allevamenti è illegale nell’Unione europea – e la minaccia dell’antibiotico-resistenza, dobbiamo quindi eliminare la sofferenza e la crudeltà che contraddistinguono l’allevamento intensivo.

È il sistema che va cambiato

Gli animali allevati hanno diritto a vivere in condizioni in cui possano essere in salute e fare esperienza di emozioni positive.

Negli allevamenti dove davvero viene maggiormente rispettato il benessere degli animali come quelli all’aperto i farmaci sono somministrati in quantità molto minore e solo al bisogno. È infatti un diritto degli animali venire curati se si ammalano.

Senza dimenticare le alternative agli allevamenti, come la carne coltivata, la cui produzione e distribuzione è stata purtroppo recentemente vietata dal Governo italiano, ma il cui sviluppo continua a livello internazionale. Questo tipo di carne non necessita, infatti, l’utilizzo di antibiotici.

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