Search icon

Pesce d’allevamento. Un’industria che sta mettendo in ginocchio l’ambiente e le popolazioni costiere

News Section Icon Pubblicato 31/07/2019

Gli oceani ricoprono circa 2/3 del nostro pianeta e hanno un ruolo fondamentale nell’ecosistema della Terra. Regolano il clima, producono più della metà dell’ossigeno che respiriamo, ci riforniscono di cibo e di altre risorse e le creature uniche che li abitano e tutti i diversi ambienti marini sono una costante risorsa di meraviglia.

Nonostante gli oceani siano largamente inesplorati, sappiamo che non potrebbe esserci vita sulla Terra senza di loro. Ma li stiamo mettendo a dura prova. La pesca intensiva, l’inquinamento, la crescente sete di risorse naturali e il cambiamento climatico stanno scatenando il caos negli ecosistemi oceanici.

La FAO stima che il 90% dei pesci a livello mondiale è sovrasfruttato (33,1%) oppure pescato al limite della sostenibilità (59,9%). L'eccessiva pesca, iterata ormai da anni, di pesci e di altre specie costituisce una minaccia per la biodiversità, per la sostenibilità a lungo termine della pesca e per la sopravvivenza delle persone che vivono di pesca.

Nonostante questa tendenza allarmante, la domanda di pesce sta crescendo più rapidamente della popolazione umana e sta superando la domanda di carne. Il consumo di pesce è cresciuto da 9,0 kg pro capite nel 1961 a 20,2 kg nel 2015, con un tasso medio di circa l'1,5% all'anno. Le stime per il 2016 e il 2017 indicano un'ulteriore crescita rispettivamente a circa 20,3 kg e 20,5 kg.

La pesca di pesce selvaggio ha raggiunto i propri limiti alla fine degli anni Ottanta. Ciò che ha consentito questa crescita del consumo è stata l’acquacoltura (la produzione di organismi acquatici, principalmente pesci, crostacei e molluschi, ma anche alghe, in ambienti confinati e controllati dall'uomo). E ce ne siamo accorti anche noi, perché proprio negli ultimi anni il pesce d’allevamento sta spopolando sui banchi di supermercati e mercati rionali. Di fatto l’acquacoltura è il settore del comparto alimentare che sta crescendo più rapidamente a livello mondiale. La FAO prevede che entro il 2030 l’acquacoltura produrrà il 60% del pesce (attualmente è appena al di sopra del 50%).

In generale l'acquacoltura viene spesso presentata come una soluzione a due problemi: (1) il depauperamento delle risorse ittiche causato dall’industria della pesca intensiva (basata su un’attività di pesca eccessiva ed estremamente dispendiosa) e (2) la fame nel Sud del mondo. Ma è davvero così?

Il pilastro di questa industria

L’acquacoltura si basa sulla pesca del pesce selvaggio. Ai pesci negli allevamenti (come ad esempio i salmoni o i gamberetti) vengono destinati oltre il 69% di farine di pesce e il 75% di olio di pesce, con un giro di affari per il mercato delle farine di pesce in crescita (si attestava nel 2017 sui 5,3 miliardi di euro) e che punta a raggiungere gli 8,9 miliardi entro il 2027. 

Ma pescare pesce selvaggio, ridurlo in farine e olio per alimentare il settore dell’acquacoltura, sta creando enormi problemi su diversi fronti. Possiamo dire che la cura è peggio del male? In effetti gli oceani si stanno svuotando, i pesci allevati godono di scarsissimo benessere animale e sempre meno pesci sono a disposizione delle comunità locali, il che costituisce una minaccia anche per la sicurezza alimentare. È chiaro quindi che, data la rapida crescita del settore, questo approccio sta spingendo le risorse marine oltre i propri limiti e trascurando il benessere di centinaia di miliardi di esseri senzienti. 

Gli impatti sulle popolazioni locali: due tristi esempi

In Perù, un recente report dichiara che ogni anno 150.000 tonnellate di acciuga peruviana, destinata al consumo umano, vengono invece trasformate illegalmente in farine di pesce, lasciando la popolazione alle prese con la malnutrizione che colpisce in particolare i bambini e le comunità vulnerabili.

Negli ultimi anni, lungo la costa occidentale dell’Africa, dal Senegal alla Mauritania, sono stati costruiti 45 siti per la produzione di farine di pesce. Molti di questi sono cinesi e trasformano il pesce pelagico in farine. Altamente inquinanti, la loro presenza ha suscitato proteste locali che hanno portato alla chiusura di alcuni impianti. Inoltre, la pesca intensiva in quella regione ha avuto come conseguenza il sovrasfruttamento di oltre il 50% del pesce, quando la stessa FAO aveva raccomandato la riduzione della pesca nella regione.

Una possibile soluzione

Per avere un futuro sostenibile, l’acquacoltura deve dissociarsi dall’industria delle farine di pesce. Questo può essere fatto cambiando il tipo di pesce che viene allevato, scegliendo specie erbivore invece di carnivore, che non necessitano di pesce pescato per nutrirsi. Inoltre l’acquacoltura dovrebbe passare a sistemi estensivi d’allevamento e all’acquacoltura integrata multitrofica . E si dovrebbero anche cercare fonti alternative più sostenibili di proteine essenziali per la nostra alimentazione. 

Tutte le informazioni sono tratte da questo report pubblicato nell'aprile 2019 da Changing Markets Foundation e Compassion in World Farming