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BAP non fa abbastanza per tutelare il benessere dei pesci

News Section Icon Pubblicato 04/04/2023

Non si possono definire “etici e responsabili” allevamenti ittici in cui centinaia di milioni di pesci sono tenuti in vasche sovraffollate e macellati in modo crudele: Best Aquaculture Practices (BAP) può e deve migliorare i propri standard. È la critica mossa da Compassion in World Farming allo schema di certificazione, che, secondo l’associazione di protezione animale e ambientale, non fa abbastanza per la tutela dei pesci allevati.

Gestito dalla Global Seafood Alliance, il BAP è uno dei quattro principali schemi di certificazione ittica a livello mondiale. Fra i quattro, lo schema di certificazione è finito nel mirino della campagna lanciata da CIWF per essere stato – negli ultimi tre anni – il fanalino di coda nell’ambito della tutela del benessere dei pesci allevati. Il BAP certifica prodotti ittici venduti in tutto il mondo, Italia inclusa.

Nel 2020, CIWF ha lanciato una campagna globale per chiedere ai quattro schemi – Aquaculture Stewardship Council (ASC), Best Aquaculture Practices (BAP), Friend of the Sea (FOS) e GLOBAL G.A.P – di introdurre o migliorare i loro standard di benessere per i pesci allevati.

La campagna ha avuto un impatto positivo e – nel corso dei tre anni successivi – gli schemi di certificazione si sono impegnati per migliorare il benessere dei pesci allevati. Tutti, tranne lo statunitense BAP, unico di questi a non aver apportato alcun miglioramento significativo al benessere dei 500 milioni di pesci allevati che certifica.

Secondo l’associazione, inadeguati standard di benessere animale non comportano solo sofferenze per i pesci, ma anche maggiori danni ambientali. Per questo, CIWF chiede l’adozione di questi miglioramenti:

  • obbligo di rispettare densità massime di allevamento specie-specifiche, che si basino su dati scientifici e relativi al benessere animale. Elevate densità di allevamento comportano una maggiore predisposizione alle malattie, alle lesioni fisiche e allo stress, nonché una crescita ridotta e una cattiva qualità dell’acqua;
  • divieto dell’utilizzo sistematico di antibiotici, in quanto questo contribuisce al problema dell’antibiotico-resistenza;
  • divieto di uccidere predatori come uccelli e mammiferi marini;
  • limiti obbligatori, specie-specifici, ai periodi di digiuno forzato. Attualmente, gli allevamenti sono liberi di determinare quanto a lungo i pesci debbano essere sottoposti a digiuno forzato prima di essere trasportati o macellati, al fine di liberare l’intestino e ridurre la contaminazione delle acque. Il BAP dovrebbe stabilire dei limiti di tempo per garantire che i pesci non siano costretti a digiunare più di quanto non sia assolutamente necessario;
  • adeguati arricchimenti ambientali per ogni specie – come nascondigli, corde sospese, canne o alghe che fungano da barriera – per permettere ai pesci di esprimere i propri comportamenti naturali;
  • riduzione/divieto di utilizzare pesce selvatico pescato come mangime. L'uso di farina e olio di pesce (FMFO) provenienti da pesci selvatici come mangime per l’acquacoltura contribuisce al sovrasfruttamento delle popolazioni ittiche selvatiche e impatta sul loro benessere. I pesci pescati soffrono immensamente durante i processi di cattura, sbarco e macellazione. Una percentuale significativa muore, schiacciata nelle reti dal peso del banco, mentre quanti sopravvivono alla cattura e allo sbarco vengono lasciati soffocare o muoiono durante la lavorazione
  • obbligo di utilizzare metodi di macellazioni specie-specifici che comportino una morte rapida e indolore.

Rispondendo a un sondaggio del 2020, condotto da YouGov in Europa e negli Stati Uniti, il 55% delle persone interpellate si è definito confuso dalle certificazioni, ritenendo inaccettabile che gli schemi di certificazione permettano che si metta in pericolo la fauna locale (70%), che i pesci vengano costretti a lunghi digiuni forzati (69%) e ad atroci metodi di macellazione (70%).

Dal sondaggio è anche emerso che la maggior parte degli italiani sono d’accordo sulla necessità che gli schemi di certificazione includano o rafforzino i propri standard di benessere animale per la cattura (73%), la macellazione (74%), la tutela della fauna selvatica (72%), e l’allevamento dei pesci (75%).

Krzysztof Wojtas, Head of Fish Policy di Compassion in World Farming dichiara:

“Mentre altri schemi di certificazione – come Friend of the Sea (FOS) – si sono impegnati a migliorare i propri standard di benessere per i pesci allevati, in questi anni BAP non ha fatto alcun progresso significativo. Certifica i propri prodotti come ‘sicuri, responsabili ed etici’, pur consentendo il sovraffollamento dei pesci in vasche anguste o gabbie sottomarine e l’utilizzo di metodi di macellazione atroci. Permette anche che predatori come uccelli marini e mammiferi marini vengano abbattuti.”

“Sappiamo che i consumatori sono favorevoli a standard più elevati di benessere animale, e che sia ciò che ci si aspetta quando si acquista pesce certificato. Purtroppo, questo non è il caso del BAP – per questo esortiamo le persone a far sentire la loro voce attraverso il form di contatto e i canali social media, e chiedere al BAP di migliorare i propri gli standard di benessere animale e garantire una migliore qualità di vita alle centinaia di milioni di pesci che certifica. E continueremo a fare pressione finché il BAP non accetterà di garantire ai pesci allevati una vita degna di essere vissuta.”

A gennaio, l’associazione ha presentato un nuovo report al Parlamento europeo, intitolato Rethinking Aquaculture: for people, animals and the planet. Il documento è il primo a tracciare un collegamento fra i problemi ambientali e di sostenibilità causati dall’allevamento intensivo di pesci nell’UE e la necessità di abbandonare questo tipo di produzione per migliorare il benessere degli animali e creare un’industria più sostenibile, fornendo chiare soluzioni politiche per i legislatori. Il report sottolinea, inoltre, come l’UE debba urgentemente introdurre delle tutele per i pesci nell’ambito dell’attuale revisione della legislazione sul benessere animale.

Stando al report, ogni anno nell’UE vengono allevati – privi di adeguate tutele – ben 1,2 miliardi di pesci. Per massimizzare i profitti, i pesci vengono generalmente allevati intensivamente e ad alte densità di allevamento, subendo metodi di macellazione crudeli, senza essere preventivamente storditi. Infine, gli autori del report sottolineano come migliorare il benessere dei pesci allevati e allevare specie che si trovano più in basso nella catena alimentare siano due passi fondamentali per rendere l’acquacoltura europea più sostenibile.

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