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Come faremo a nutrire i 9 miliardi di persone che saremo?

Una decina di giorni fa a Bruxelles è stato presentato il libro di Philip Lymbery, Farmageddon, che cerca di rilanciare un tema, ormai stringente, sul come produrre cibo sostenibile per tutti.

L’argomento è di vitale importanza e, purtroppo, in Italia non se ne parla a sufficienza. Al momento siamo 7 miliardi, di cui 1 miliardo soffre la fame, mentre 1.2 miliardi di persone sono obese e affette da malattie derivanti da una dieta troppo ricca di proteine animali. Nel 2050 saremo 9 miliardi di persone.

Con la prospettiva di un aumento di popolazione di 2 miliardi in circa 35 anni, la soluzione comunemente proposta di aumentare ulteriormente la produzione e mantenere la stessa dieta di oggi è alquanto ingenua. Se l’idea è quella di nutrire 9 miliardi di persone con petti di pollo e bistecche di manzo,  allora ci troveremo davanti ad un bivio molto impegnativo: o continuare o addirittura aumentare il divario tra chi soffre la fame e chi è malato di diabete; oppure portare il nostro pianeta al suo limite di sopravvivenza.

Dobbiamo chiederci oggi quale futuro vogliamo domani, non solo per incentivare l’equa distribuzione delle risorse ma soprattutto per aumentare l’efficenza del nostro sistema alimentare. Forse così, si potranno sfamare i 9 miliardi di persone che saremo, senza peggiorare ulteriormente la precaria salute del pianeta e il benessere degli animali.

Si produce già abbastanza cibo per nutrire tutti. Per chi si occupa di nutrizione e fame nel mondo, questa non è una novità. Ma il problema è che una quantità spropositata di questo cibo viene sprecato. Non solo sottoforma di cibo “lavorato” che sicuramente rappresenta la forma di spreco più evidente e conosciuta. Ad esempio in Gran Bretagna, a livello domestico,  si spreca una quantità di carne equivalente a 50 milioni di polli, 1.5 milioni di suini e 100,000 bovini.  

Ma vi è una forma di spreco molto più insidiosa che viene troppo spesso ignorata. Si tratta del cibo che diamo agli animali negli allevamenti intensivi in forma di mangime: gliene diamo tanto e il risultato che otteniamo in termini di calorie è molto basso. Basti pensare che circa 1/3 della produzione mondiale di cereali viene dato agli animali ammassati in capannoni affinchè diventino carne e latte per le popolazioni dei paesi occidentali. Prendendo in considerazione l’Europa i numeri crescono ancora di più:  il 60% della produzione dei cereali diventa mangime per gli animali.

D’altro canto, per ogni 100 calorie di cereali commestibili, come il mais, dati al bestiame, solo 30 calorie ritornano sottoforma di carne e latte. In questa trasformazione compiuta dagli animali, perdiamo il 70% di calorie, segno, questo, di una conversione inefficiente. Sono cifre impressionanti.

Quindi, se vogliamo un sistema alimentare che sostenga la popolazione in crescita, dobbiamo smettere di sprecare cibo e non intensificare ulteriormente la zootecnia. Aumentare il numero di animali confinati negli allevamenti intensivi peggiorerebbe solamente il problema.